martedì 24 febbraio 2015

Mobilità 2015-2016


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giovedì 5 febbraio 2015

Riflettiamo seriamente sulla valutazione...

Premesso il disgusto personale per il sistema di valutazione in uso oggi nella scuola italiana che non permette un giudizio sereno sul processo di apprendimento degli studenti ma tende a inquadrarli  ingiustamente in parametri obsoleti e criticabili espressi in numeri decimali, e peggio ancora se ci riferiamo alle prove oggettive dell'invalsi, meglio conosciute come "quiz" che, a mio parere a nulla servono se non per giustificare una fantomatica ricerca tesa a giustificare la politica europea che cara ci costa in tutti i sensi, mi fa piacere  riportare le considerazioni su questo tema di illustri e noti pedagogisti del nostro tempo.

Il professore Benedetto Vertecchi, docente di Pedagogia sperimentale presso l'Università di Roma 2, docimologo di chiara fama, ci ha inviato questo commento
Premetto che le mie riserve sui voti numerici sono anteriori all'approvazione della legge del 1977, con la quale le vecchie pagelle erano sostituite da schede per l'espressione di giudizi verbali.
Non starò qui a ricordare come quella legge sia stata fondamentalmente snaturata col passare degli anni. Nè ripeterò che, per essere attuata coerentemente con gli intenti che si prefiggeva, quella legge doveva avviare un percorso virtuoso di ricerca e di sperimentazione, al quale partecipassero le scuole e le istituzioni per la ricerca. Abbiamo, invece, assistito al trionfo di una psicopedaburocrazia, che ha risolto un problema di interpretazione e di analisi in adempimenti formalistici, sotto i quali si riconosce il significato di bastone da maresciallo che tradizionalmente era conferito alla valutazione.
Oggi, se possibile, le cose vanno ancora peggio, perché il bastone da maresciallo colpisce sia in direzione degli allievi, sia - tramite le cosiddette valutazioni di sistema - in direzione delle scuole e degli insegnanti. Ciò che non vorrei è che il confronto sulla valutazione si riducesse, ancora una volta, alla contrapposizione nominalistica tra voti numerici e giudizi verbali, senza uno progetto che richieda un salto qualitativo nelle interpretazioni.
Il 16 febbraio farò una lezione per gli studenti di dottorato e per quelli di master, che ho intitolato "La valutazione fra didattica e sistema". Mi propongo di affrontare molte delle questioni alle quali ho accennato.

L'ispettore Maurizio Tiriticco ha aderito inviandoci anche questa riflessione
Un conto è valutare, altro conto assegnare voti! Che siano decimali o meno ha scarsa importanza. Il “dramma” ha radici lontane: non si è mai riflettuto sul fatto che un conto è misurare o, se si vuole, fare la conta degli errori di un “compito”, scritto, orale o pratico che sia, altro conto è valutare, quindi esprimere giudizi articolati sull’esito di una o più misurazioni. In effetti, nella nostra scuola da sempre le due operazioni “combaciano” e con il voto numerico “si fa ...tutto”! Si decide su una singola prestazione e sulla promozione o bocciatura finale! La questione, a mio parere, non è quella – o solo quella – di abolire i voti nella scuola primaria (a volte la fantasia di improvvisati pedagoghi non ha limiti). Occorre avviare una riflessione complessiva sui processi valutativi, che hanno come oggetto non solo singole prestazioni, ma anche atteggiamenti e comportamenti che, nell’età evolutiva soprattutto, sono soggetti a cambiamenti di cui non è sempre facile individuare la natura. Ben venga, quindi, una riflessione sulla natura e sulle finalità della valutazione, ma a tutto campo! Sarebbe ora! La scuola, ma soprattutto i nostri studenti, non possono attendere oltre! Anche e soprattutto perché siamo alla vigilia di un’altra operazione, che è quella di accertare e certificare competenze! E su questa il silenzio, come si suol dire, è assordante!

Il prof. Roberto Maragliano, docente di pedagogia presso l'Università di Roma, aderisce e ci invia questa sua considerazione
Sul tema della valutazione è stato detto tutto e il contrario di tutto.
Il fatto è che è difficile scinderlo dal tema più generale del senso della scuola e del fare scuola.
Quando viene meno l'impegno a definire il significato della scuola in relazione ad una società che cambia allora ci si illude che la valutazione possa essere risolta adottando schemi univoci ed oggettivi: lì allora fanno capolino i voti numerici.
Quando invece ci si interroga sul perché e il come della scuola è giocoforza interrogarsi sulla qualità della didattica e, di riflesso, su quella della valutazione. Ecco allora che i voti numerici appaiono in tutta la loro ambiguità e (perché no?) pericolosità.
Se oggi risolleviamo interrogativi sui voti significa che, dopo tanta ideologia deteriore, siamo disposti a fare discorsi più seri più fondati sulla scuola.
E dunque, un 10 e lode alla vostra iniziativa!
 

Questo il commento di Vanna Cercenà, ispettrice in pensione
Ho sempre ritenuto la valutazione numerica “incompatibile” con la fascia di alunni della scuola primaria.
Sono tali e tante le variabili che compongono il giudizio degli insegnanti su ciascun alunno, che esprimerle con un numero finisce col renderle prive di significato dal punto di vista della reale situazione scolastica del bambino. Il decreto legge 1° settembre 2008, n. 137 del Ministro Gelmini (che ha fatto forse la peggiore riforma della scuola elementare) ispirato  a valori di tipo anglosassone senza il supporto dei criteri didattici ed educativi che regolano quelle società, mi è sembrata un modo superficiale di scimmiottare gli altri. Credo che la campagna per l’abolizione del voto numerico nella scuola del primo ciclo di istruzione, che sarà lanciata  il 21 marzo a Roma, messa ora in atto dal movimento di cooperazione educativa, sia il modo migliore di prendere in esame questa delicata materia, alla luce di una riflessione pacata e non ideologica sul modo migliore di giudicare il rendimento scolastico di un bambino nel pieno rispetto del suo diritto ad una autentica formazione.


Altre considerazioni:



UN'ALTRA POSSIBILITA'

Senza voti si può...

Sono sicura, anche se controcorrente nell'attuale momento "storico", che in un futuro lontano dal vivere antiquato pseudo moderno che ci viene imposto, i voti e il cosiddetto merito scompariranno. Ne sono certissima, perché la ragione dei risultati porta su altre vie.e la ragione solitamente, alla lunga, vince.
Bello sarà un mondo in cui si rifletterà sui propri e altrui errori, si ragionerà sui percorsi che hanno indotto a sbagliare e si riproverà a tentare.
Bello sarà un mondo in cui l'errore verrà considerato un bene, non per buonismo bensì per amore del cambiamento, del miglioramento.
Invidia provo ora per chi alla luce del sole non temerà di condividere le difficoltà, le scalate ai gradini della piccola e grande ricerca, per giungere a soluzioni trovate in team.

La scuola dell'apprendere

Una scuola vera e giusta si creerà sulle ceneri di quella che adesso conta e riconta punteggi, medie numeriche, voti. Nascerà dopo essersi scontrata contro il muro degli abbandoni, dell'inutilità, della falsa sicurezza che dà il presunto rigore di verifiche presunte oggettive e voti.
La scuola dell'apprendimento, del problem solving, della conversazione, dell'autovalutazione, della valorizzazione, dello sviluppo delle potenzialità è già presente in Italia, è quella dell'infanzia, ma forse della sua potenza non si tiene il dovuto conto. Essa è ottima perché risponde ai canoni dello splendore del sapere e dei saperi. Non si creda che essendo scuola dei piccoli sia essa stessa piccola, mondo in miniatura.Sarebbe una lettura superficiale, una visione alquanto arrogante che non terrebbe in considerazione le modalità con le quali è divenuta una scuola che all'estero ci invidiano.
Essa accoglie, accompagna, sperimenta con e per i bambini e le bambine affinché essi, liberi da giudizi e voti, possano collaborare alla pari riconoscendosi parte centrale di un sistema che lavora per estrarre la roccia da ognuno.
Preziosi sono l'apprendimento e l'insegnamento che insieme indagano, si fermano a riflettere e rielaborare per poi ripartire alla scoperta di nuove mete conoscitive, il bello delle quali ritorna alle menti di ognuno.

La centralità della motivazione intrinseca

Si pensi a un alunno/a qualsiasi che dall'infanzia, alle elementari, alle medie, alle superiori sia totalmente privo del concetto di voto, di gradi, di merito o demerito numerico, di giudizi qualunque, e che sia invece costantemente tenuto vivo, lui/lei e la sua mente, da una continua messa in discussione dinanzi alle diverse realtà del sapere, con lezioni frontali, cooperative di gruppo e di coppia, che lo/a incoraggino nella sua successiva presa d'atto individuale, all'autonomia. Noi ci ritroveremmo accanto alunni/e motivati, amabili, capaci di relazionarsi positivamente con i pari, con gli/le insegnanti e con le loro famiglie. Tolta la molla-trappola dei voti, la ragione e le ragioni di una tale rivoluzione si dispiegherebbero libere di esistere, di arricchirsi dell'apporto dei contributi di tutto e di tutti.
Ho avuto l'onore e inizialmente anche l'onere di sperimentare per anni una scuola senza distinzioni, una scuola del sapere per il sapere con bambine e bambini di ogni provenienza e condizione ed è stata un'esperienza a dir poco illuminante, una crescita veloce e strabiliante per chiunque l'abbia condivisa, piccoli e grandi. Si cambia, si trasforma se stessi e la realtà relazionale, si diviene compagni/e di strada, ci si dà quella mano che consente di rialzarsi ai più deboli e di rafforzarsi nell'autostima i più fortunati che poi imparano a sorridere del sorriso di coloro i quali hanno sostenuto.
Apprendere con gioia
Gli apprendimenti avvengono eccome, e con gioia, senza ansie, con la sola consapevolezza di essere parti di un tutto, del mondo della conoscenza, il quale diviene ogni istante più amico, meno opprimente nel suo disvelarsi quotidiano alle menti pronte a interagire, a porre domande, a salire senza patemi sui gradini dell'errore per poi ricominciare la discesa delle scoperte fatte in ogni ambito che la scuola con i suoi limiti e le sue grandezze presenta a bambine e bambini.
Una prassi scolastica siffatta pone al centro non il bambino/a come individuo competitivo, bensì la persona con la sua richiesta d'infinito, di un climax rispettoso delle interiorità di ognuno/a e di tutti.
La grazia, l'eleganza, l'amorevolezza d'approccio all'altro divengono via via sempre più comuni.la comunità si arricchisce plasmando una scultura vivente di idee e risultati inattesi eppure fantastici.
Nascono prodotti di grande fattura in ogni campo.

Una società cooperante

Però bisogna credere in una società diversa che tenda all'ideale della cooperazione per vincere le sfide della storia, dell'ambiente, delle difficili e confuse vicende delle relazioni fra i popoli. Si parte dal basso che non è basso perché piccolo. E' il primo periodo della formalizzazione, è fondamento e fondamenta per costruire una cittadinanza rigorosa, seria, ricercatrice del sé e dell'altro. E' l'avvio alla reale integrazione di persone e culture. E' l'unico antidoto ai mali che affliggono da sempre l'uomo e il suo esistere: corruzione, malversazione, crimini di ogni tipologia si fondano su sistemi educativi violenti e competitivi, su storie di soprusi ed emarginazione, su invidia e gelosia dello status sociale e intellettuale altrui. La malattia del nostro vivere è l'affanno unito alla spietata corsa ai risultati del qui e adesso, del "far vedere"ciò che si fa a scapito del cosa si pensa e dei percorsi riflessivi e lungimiranti opposti alla mitologia dell'apparire.
Giungere a comprendere che un tale approccio è possibile non è facile in quanto noi adulti siamo stati formati a una disciplina scolastica ben diversa e rigida con routine prestabilite che andavano dalle esercitazioni, alle prove strutturate, alle interrogazioni senza che si tenesse conto dei percorsi, delle cadute, delle riprese.alla meglio i più giovani di noi hanno conosciuto qualche lavoro di gruppo estemporaneo, qualche evento festoso dentro o fuori la scuola, ma sicuramente non la festa organizzata dell'apprendimento in sé e per sé.

Formare le nuove leve di insegnanti

Sì, ci vorrebbe tanta formazione per le nuove leve, ma essa dovrebbe essere diretta alla presa di coscienza che un vero insegnante è un regista, un conduttore, un attore fra gli attori.non un dispensatore di cultura in pillole con relativo dispenser di voti incorporato.
A coloro i quali sostengono che i voti divengono premio e stimolo al sapere in una società che comunque ha in sé la scala sociale dal minore al maggiore, dal più debole al più forte, dal meno bravo al più bravo, dal più povero al più ricco.si può rispondere che la scuola non deve essere specchio del vivente attuale, bensì proposta di radicali mutamenti, di inversione di rotta, che essa per sua natura deve preparare a rendere sereno e forte il sé indirizzandolo verso la ricerca per la ricerca, al pensiero critico, al rispetto dell'essere che fa e modifica le condizioni in cui vive e in cui vivono gli altri. La scuola di vita dovrebbe diventare, sempre più, spazio, situazione d'amore per la vita e per ciò che essa presenta, amore per le creature compagne di strada, qualunque strada esse percorrano. La scuola dovrebbe inventare un nuovo mondo nel quale le mani, l'intelletto, l'arte e l'artigianato, la tecnologia, ecc. siano parimenti rispettati e valorizzati in un interscambio di informazioni, emozioni, concretezza e astrazione insieme. Le persone valorizzate dal sapere, il sapere valorizzato da persone pronte a interagire, ad ascoltarsi, ad ammirarsi e a sostenersi sempre.
Valorizzare le vite, le nostre e le altre, significa eliminare l'angoscia, la paura che fa deviare, significa spingere la bicicletta traballante dell'inesperto ciclista con la mano sicura del maestro che si fa autorevole aiutante senza prendere il posto sulla sella.

Non temere il possibile

Osservare bambine e bambini che partono sicuri, che pedalano fianco a fianco, che raggiungono le mete tirandosi la volata giungendo tutti a linee di traguardi voluti e attesi è esperienza unica. Chi se ne priva tra noi adulti non sa cosa perde, non sa quanto aiuti a vivere la vita cogliere ogni giorno le conquiste di un modo siffatto di insegnare e apprendere. Chi se ne priva vede ancora un'unica possibilità di mondo. Sbarra la via di possibilità alternative. Chiude lo spiraglio che intravede la possibile rivoluzione verso una comunità-società dalle radici davvero umanistiche e illuministe insieme.

                                              Claudia fanti

(L'articolo ora è presente nel libro scritto da Claudia Fanti "2014, odissea nella scuola" pag. 317)




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